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Designer emergenti e mentorship: Polimoda Graduate Show 2026

Il Polimoda Graduate Show 2026 ha presentato venti collezioni con mentorship di Luke e Lucie Meier. Emilie Wenckstern vince con una collezione su memoria e identità.
Redazione Velvet 8 Luglio 2026
Designer emergenti e mentorship: Polimoda Graduate Show 2026
Immagine generata con AI

Polimoda Graduate Show 2026: venti designer, cento look e quarant’anni di futuro

C’è un momento, ogni anno, in cui Firenze smette di guardare al passato e si volta verso ciò che verrà. Il 15 giugno 2026, alle 18:30 ora italiana, la piazza davanti al Manifattura Campus di Polimoda si è trasformata in una passerella a cielo aperto: è andato in scena il Polimoda Graduate Show 2026, la sfilata di laurea che ha portato sulla scena venti designer emergenti con oltre cento look, aprendo ufficialmente la settimana di Pitti Uomo 110. Un appuntamento che quest’anno aveva un peso specifico ancora maggiore, perché coincideva con il quarantesimo anniversario della scuola fiorentina — quattro decenni di formazione, ricerca e talento riversati in una sola serata.

Un’edizione simbolica: quarant’anni di Polimoda in passerella

Fondare una scuola di moda a Firenze negli anni Ottanta significava scommettere su una città che già custodiva il saper fare artigianale italiano, ma che non aveva ancora un polo formativo dedicato alla creatività contemporanea. Quarant’anni dopo, Polimoda è riconosciuta come uno degli istituti di fashion design più influenti d’Europa, e il suo Graduate Show è diventato uno degli appuntamenti più attesi del calendario della moda italiana. Non è una sfilata qualsiasi: è il momento in cui la scuola mostra al settore il risultato del proprio investimento sul talento, e in cui i giovani designer si presentano al mondo professionale per la prima volta con una collezione completa, coerente, personale.

Il quarantesimo anniversario ha caricato l’edizione 2026 di una responsabilità simbolica precisa. Non si trattava solo di celebrare il passato, ma di dimostrare che la scuola sa ancora leggere il presente e anticipare il futuro. E la scelta di aprire Pitti Uomo 110 — la più importante fiera internazionale della moda maschile, che ogni stagione porta a Firenze buyer, direttori creativi, giornalisti e opinion leader da tutto il mondo — ha amplificato ulteriormente la visibilità dell’evento, trasformando ogni look in passerella in un biglietto da visita globale.

La direzione creativa di Massimiliano Giornetti

A tenere le fila dell’intera macchina creativa e organizzativa è stato Massimiliano Giornetti, che ha curato la direzione artistica dello show. Giornetti è una figura di riferimento nel panorama della moda italiana: la sua presenza alla guida creativa del Graduate Show garantisce una visione che sa coniugare rigore estetico e sensibilità contemporanea, traducendo le diverse personalità dei venti designer in un racconto collettivo coerente. La direzione creativa in un evento di questo tipo non significa omologare le collezioni, ma trovare il filo narrativo che le connette senza appiattirle — un lavoro sottile, che richiede capacità di ascolto oltre che di visione.

La scelta della location, la piazza del Manifattura Campus, riflette questa filosofia: uno spazio aperto, urbano, che appartiene alla città prima ancora che alla scuola, e che mette i giovani designer in dialogo diretto con il contesto fiorentino. Non una sala ovattata, non un palcoscenico teatrale chiuso, ma un luogo vissuto, con la luce naturale della sera toscana e l’architettura industriale riconvertita della manifattura come sfondo. Una scelta che dice molto sul tipo di moda che Polimoda vuole formare: radicata nel territorio, ma aperta al mondo.

Luke e Lucie Meier: una mentorship d’eccezione

Il cuore pulsante dell’edizione 2026 è stato il programma di mentorship affidato a Luke e Lucie Meier. I due designer — lui canadese, lei svizzera, entrambi con un percorso che li ha portati a dirigere alcune delle maison più sofisticate del panorama internazionale — hanno lavorato a stretto contatto con i venti laureandi, offrendo una guida che va ben oltre il semplice feedback tecnico. Una mentorship di questo livello significa portare in aula (e in atelier) una prospettiva professionale reale: come si costruisce una collezione che abbia un punto di vista chiaro, come si comunica un’identità creativa, come si sopravvive alla pressione di un debutto pubblico.

Luke e Lucie Meier sono noti per un approccio alla moda che privilegia la precisione costruttiva, la qualità dei materiali e una certa pulizia formale che non esclude la complessità emotiva. Portare questa sensibilità all’interno di un percorso di formazione significa trasmettere ai giovani designer non solo competenze tecniche, ma una vera e propria etica del lavoro creativo. Il fatto che abbiano accettato di dedicare tempo ed energia a questo progetto dice anche qualcosa sull’importanza che il settore attribuisce alla formazione: i grandi nomi non si limitano a giudicare i risultati, ma partecipano attivamente alla costruzione del talento.

Per i venti laureandi, lavorare con mentori di questo calibro rappresenta un’opportunità difficilmente replicabile: avere accesso a una rete di connessioni, a un modo di pensare la moda, a un feedback diretto che normalmente richiede anni di esperienza professionale per essere conquistato. È questo tipo di mentorship che trasforma un percorso accademico in un trampolino verso l’industria.

Le collezioni: identità, memoria, appartenenza

Venti designer, oltre cento look, e un filo tematico che attraversa l’intera serata: le collezioni presentate al Polimoda Graduate Show 2026 hanno esplorato con profondità e coraggio i territori dell’identità, della memoria, del lutto e del senso di appartenenza. Sono i grandi temi della vita — e non a caso sono anche i grandi temi della moda, quando la moda è davvero tale e non semplice produzione di capi.

Parlare di identità attraverso l’abito significa interrogarsi su chi siamo, da dove veniamo, come vogliamo essere visti. Significa usare il tessuto come linguaggio, il taglio come sintassi, il colore come tono di voce. I giovani designer di Polimoda hanno dimostrato di padroneggiare questo vocabolario con una maturità sorprendente, costruendo collezioni che non si limitano a essere belle — anche se molte lo sono in modo evidente — ma che hanno qualcosa da dire.

Designer emergenti e mentorship: Polimoda Graduate Show 2026 (2)
Immagine generata con AI

Il tema della memoria è emerso in forme diverse: ci sono designer che hanno attinto ai propri archivi familiari, reinterpretando capi tramandati di generazione in generazione; altri che hanno lavorato sulla memoria collettiva, su immagini culturali condivise che diventano punto di partenza per una ricerca personale. Il lutto, inteso non solo come perdita ma come trasformazione, ha ispirato alcune delle proposte più intense della serata — collezioni in cui il nero non è mai decorativo ma sempre portatore di significato, in cui la struttura del capo riflette la struttura dell’elaborazione emotiva.

Il senso di appartenenza, infine, ha prodotto alcune delle riflessioni più contemporanee: in un momento storico in cui le identità culturali sono oggetto di negoziazione continua, i designer hanno esplorato la tensione tra radici e mobilità, tra eredità e reinvenzione. Collezioni che parlano di migrazioni, di ibridazioni, di culture che si incontrano e si trasformano — temi urgenti, trattati con la delicatezza e la precisione che solo il lavoro artigianale rende possibile.

Il contesto: Pitti Uomo 110 e l’ecosistema della moda fiorentina

Aprire la settimana di Pitti Uomo 110 non è un dettaglio logistico: è una dichiarazione di intenti. Polimoda sceglie di presentare i propri laureandi nel momento in cui Firenze è al centro dell’attenzione internazionale della moda, quando la città è popolata di professionisti del settore che sono lì proprio per scoprire nuovi talenti e nuove direzioni estetiche. È una strategia di visibilità intelligente, che trasforma la sfilata di laurea in un evento di networking su scala globale.

Per i venti designer, sfilare in questo contesto significa essere visti dalle persone giuste nel momento giusto. Un buyer di un concept store internazionale, un direttore creativo in cerca di nuovi collaboratori, un giornalista che sta costruendo un pezzo sui nuovi talenti europei: tutti possono essere in quella piazza il 15 giugno, e tutti possono portare con sé il ricordo di una collezione, di un nome, di un’idea. È questo il valore aggiunto del Graduate Show rispetto a qualsiasi altra forma di presentazione accademica.

Firenze, d’altra parte, è il contesto ideale per questo tipo di operazione. La città è un laboratorio permanente di eccellenza artigianale e innovazione creativa, e Polimoda ne è parte integrante. Il Manifattura Campus, con la sua storia industriale riconvertita in spazio formativo, è un simbolo di questa continuità: un luogo che sa tenere insieme il passato e il futuro, la tradizione e la sperimentazione.

Cosa significa oggi formare un designer di moda

Il Polimoda Graduate Show 2026 invita anche a una riflessione più ampia su cosa significhi oggi formare un designer di moda. Il settore è cambiato profondamente negli ultimi anni: la sostenibilità è diventata un imperativo non negoziabile, la digitalizzazione ha trasformato i processi produttivi e comunicativi, la globalizzazione ha moltiplicato le influenze e le aspettative. I giovani designer che escono da una scuola come Polimoda devono essere capaci di muoversi in questo paesaggio complesso con strumenti tecnici solidi e una visione critica sviluppata.

La scelta di temi come identità, memoria e appartenenza non è casuale: sono temi che richiedono ricerca, riflessione, posizione. Un designer che sa costruire una collezione attorno a un concetto profondo è un designer che sa anche comunicare con il proprio pubblico, che sa costruire un brand con un punto di vista riconoscibile. In un mercato saturo di proposte, la differenza la fa proprio questo: non solo la capacità tecnica, ma la capacità di avere qualcosa da dire.

La mentorship di Luke e Lucie Meier si inserisce in questo quadro come un acceleratore di consapevolezza: lavorare con professionisti che hanno già attraversato le sfide del mercato internazionale aiuta i giovani designer a capire non solo come si fa una collezione, ma perché si fa, per chi, con quale intenzione. È la differenza tra la formazione come trasmissione di competenze e la formazione come sviluppo di identità professionale.

Il Graduate Show come specchio del futuro della moda italiana

Guardare il Polimoda Graduate Show significa guardare la moda italiana di domani. Non in senso astratto, ma molto concreto: questi venti designer entreranno nel mercato nei prossimi mesi e anni, porteranno con sé le riflessioni sviluppate durante il percorso accademico, costruiranno brand, collaboreranno con maison esistenti, apriranno nuove strade. Alcuni di loro diventeranno nomi che il settore imparerà a riconoscere.

In un momento in cui la moda italiana è chiamata a rinnovarsi senza perdere la propria identità, la formazione è uno degli investimenti più strategici che il settore possa fare. Polimoda lo sa da quarant’anni, e ogni edizione del Graduate Show è la prova più tangibile di questa convinzione: non un esame finale, ma un debutto; non una chiusura, ma un inizio.

La piazza del Manifattura Campus, quella sera del 15 giugno, non era solo il palcoscenico di una sfilata. Era il punto di partenza di venti percorsi creativi che il mondo della moda farà bene a seguire con attenzione. Perché il futuro, spesso, si annuncia con la precisione di un taglio sartoriale ben eseguito e la forza silenziosa di un’idea che ha trovato la sua forma giusta.

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Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Tags: designer emergenti Firenze moda Luke Lucie Meier moda italiana Pitti Uomo 110 polimoda graduate show

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