
Polimoda Graduate Show 2026: Emilie Wenckstern vince con “No Longer Human”, la collezione che ridisegna il corpo umano
C’è una domanda che ha cambiato tutto: se avessi un corpo, sarebbe ancora umano? È la domanda che Emilie Wenckstern, designer tedesca di 27 anni con radici miste tedesche e spagnole, ha rivolto a un’intelligenza artificiale prima ancora di toccare un ago o un pezzo di tessuto. Da quella risposta sospesa nel vuoto — o forse proprio dall’assenza di una risposta definitiva — è nata “No Longer Human”, la collezione che le ha valso il premio Best Collection 2026 al Polimoda Graduate Show 2026. Un riconoscimento che non è solo un titolo accademico, ma il segnale inequivocabile che una nuova voce del design contemporaneo si sta affacciando sulla scena internazionale.
Il Polimoda Graduate Show 2026: una serata da segnare nel calendario della moda
Il 15 giugno 2026, la piazza antistante il Manifattura Campus di Polimoda a Firenze si è trasformata in uno spazio ibrido tra passerella e installazione. Il Polimoda Graduate Show 2026 non è mai una semplice cerimonia di laurea mascherata da sfilata: è il momento in cui la scuola fiorentina — una delle più rispettate nel panorama della formazione fashion a livello europeo — consegna al settore i propri migliori talenti, lasciando che siano i capi a parlare. E quest’anno, tra tutti i lavori presentati, è stata la collezione di Wenckstern a catalizzare l’attenzione della giuria e del pubblico.
La scelta della location non è casuale: il Manifattura Campus è un polo produttivo e creativo che incarna perfettamente la filosofia di Polimoda, ovvero il connubio tra artigianato tradizionale italiano e visione contemporanea. Sfilare all’aperto, in quello spazio urbano carico di storia industriale, ha dato alla serata un’atmosfera che oscillava tra il teatrale e il quotidiano — esattamente il tipo di tensione che attraversa la collezione premiata.
Il premio Best Collection 2026 è stato annunciato tra il 2 e il 3 luglio 2026, a qualche settimana dalla sfilata, lasciando al settore il tempo di metabolizzare quanto visto in passerella. La giuria era composta da nomi di peso e profili diversissimi tra loro: Eva Cavalli, Tuomas A. Laitinen, Danae Mercer, Eugene Rabkin e Simona Tabasco. Una composizione che riflette la volontà di Polimoda di valutare il lavoro dei giovani designer non solo attraverso il filtro dell’industria tradizionale, ma anche con lo sguardo di chi comunica la moda ai pubblici contemporanei e di chi la osserva con occhio critico e culturale.
“No Longer Human”: quando il corpo diventa territorio di confine
Il titolo della collezione è già un manifesto. “No Longer Human” — non più umano — non è una dichiarazione di resa, ma un’esplorazione. Wenckstern parte da una zona grigia, quella fascia di territorio concettuale in cui il corpo biologico comincia a somigliare a qualcosa di costruito, programmato, ottimizzato. La domanda posta all’intelligenza artificiale — se avessi un corpo, sarebbe ancora umano? — non cerca una risposta tecnica. Cerca una crepa, un punto in cui la certezza si incrina e lascia entrare la luce della riflessione.
Le referenze visive della collezione sono precise e deliberate: bambole, manichini, figure scultoree e avatar digitali. Non si tratta di citazioni estetiche superficiali, ma di archetipi del corpo non-umano che la cultura visiva ha elaborato nel corso dei secoli. Il manichino è il corpo senza vita che porta i vestiti meglio di noi; la bambola è il corpo idealizzato che non invecchia; la figura scultorea è il corpo eternato nella materia; l’avatar digitale è il corpo che non ha mai avuto carne. Wenckstern prende questi quattro modelli e li sovrappone, cercando il punto in cui si confondono con il corpo reale.
Il risultato è quello che si potrebbe definire un “super corpo”: una forma fisica che non nega la propria origine biologica, ma la trascende attraverso la costruzione, la modellazione, il rivestimento. I capi non vestono semplicemente un corpo — lo ridisegnano, ne accentuano le proporzioni, ne creano di nuove. C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questo approccio: in un’epoca in cui i filtri digitali alterano i volti in tempo reale e i corpi sugli schermi sono spesso post-prodotti, “No Longer Human” porta quella stessa tensione nel mondo fisico del tessuto e della pelle.
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La sfida del cuoio: imparare da zero per dare forma all’artificiale
Uno degli aspetti più affascinanti della storia di questa collezione riguarda il processo creativo e, in particolare, un materiale: il cuoio. Wenckstern non aveva mai lavorato con la pelle prima di “No Longer Human”. Zero esperienza, zero familiarità con un materiale che nella tradizione artigianale italiana richiede anni di pratica per essere padroneggiato. Eppure ha scelto proprio il cuoio come veicolo principale della sua visione, e lo ha imparato a mano, modellando e rimodellando fino a ottenere quello che cercava: un’anatomia artificiale.
Questa scelta racconta molto di Wenckstern come designer. Avrebbe potuto lavorare con materiali che già conosceva, costruire la sua tesi di laurea su un terreno sicuro. Invece ha scelto deliberatamente l’ostacolo, ha fatto dell’apprendimento parte integrante del processo creativo. Il cuoio, lavorato in questo modo, diventa qualcosa di paradossale: è un materiale organico — pelle animale — che nelle sue mani assume forme innaturali, geometrie che non appartengono al corpo biologico. È la materia più vicina alla carne che diventa la superficie più distante dall’umano.
Questa tensione tra organico e artificiale, tra naturale e costruito, è il cuore pulsante di tutta la collezione. E il fatto che Wenckstern l’abbia raggiunta attraverso un materiale che non conosceva, imparandolo pezzo per pezzo con le mani, aggiunge uno strato di significato ulteriore: il corpo della designer stessa ha imparato qualcosa di nuovo per dare forma a corpi che vanno oltre l’umano.
Una designer con due culture, una visione senza confini
Emilie Wenckstern è tedesca, con radici miste tedesche e spagnole, e ha scelto di formarsi a Firenze, completando il corso triennale di Fashion Design presso Polimoda. Questo percorso geografico e culturale non è un dettaglio biografico secondario: è parte integrante di ciò che la rende una designer interessante da seguire.

La Germania ha una tradizione di design concettuale, rigoroso, spesso filosoficamente denso. La Spagna porta con sé una sensibilità cromatica e corporea diversa, più visceralmente legata alla fisicità. Firenze, e l’Italia in generale, aggiunge la dimensione dell’artigianato, del saper fare con le mani, della qualità materica come valore estetico in sé. “No Longer Human” sembra contenere tutte e tre queste eredità: il rigore concettuale nel punto di partenza, la fisicità nell’approccio al corpo come territorio di esplorazione, la cura artigianale nella lavorazione del cuoio.
Crescere tra culture diverse significa anche avere un rapporto diverso con l’identità — con la domanda “chi sono?” e “a cosa appartengo?”. Non è difficile leggere nella domanda posta all’intelligenza artificiale — se avessi un corpo, sarebbe ancora umano? — anche una domanda sull’identità, sulla possibilità di appartenere a qualcosa senza essere completamente definiti da esso. È questa profondità latente che rende la collezione qualcosa di più di un esercizio accademico brillante.
Il significato del riconoscimento nel panorama della moda emergente
Vincere il premio Best Collection al Polimoda Graduate Show 2026 non è un traguardo di nicchia. Polimoda è un’istituzione con una reputazione internazionale consolidata nel campo della formazione fashion, e il suo show annuale è seguito da buyer, direttori creativi, giornalisti e talent scout che cercano le voci del futuro. Un riconoscimento come quello ottenuto da Wenckstern funziona come un amplificatore: porta il nome di una designer agli occhi di chi ha il potere di trasformare una visione in una carriera.
La composizione della giuria di quest’anno riflette questa vocazione internazionale. Eva Cavalli porta l’esperienza dell’industria della moda ad alto livello; Eugene Rabkin offre una prospettiva critica e culturale; Danae Mercer rappresenta il modo in cui la moda viene comunicata e percepita nei media digitali contemporanei; Tuomas A. Laitinen e Simona Tabasco aggiungono ulteriori prospettive che coprono l’arco tra il mondo creativo e quello della comunicazione. Che una giuria così composita abbia scelto all’unanimità “No Longer Human” dice qualcosa di importante: la collezione di Wenckstern funziona su più livelli simultaneamente, non solo come oggetto estetico ma come statement culturale.
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Nel contesto della moda contemporanea, questo tipo di lavoro — concettualmente robusto, artigianalmente rigoroso, capace di dialogare con le grandi domande del presente — è esattamente quello che il settore dice di cercare, ma che raramente trova in modo così compiuto a livello di formazione universitaria. Per approfondire il percorso della designer e leggere la sua intervista ufficiale, Polimoda ha pubblicato un profilo completo sul proprio sito.
Corpo, tecnologia e moda: la conversazione più urgente del momento
La domanda al centro di “No Longer Human” non appartiene solo alla moda. È la domanda che attraversa la cultura visiva, la filosofia, la tecnologia e la bioetica di questo momento storico. In un’epoca in cui i corpi vengono modificati, filtrati, ottimizzati e proiettati in spazi digitali, la domanda “cosa significa essere umani?” non è mai stata così urgente e così aperta.
La moda ha sempre avuto un rapporto privilegiato con il corpo: lo veste, lo trasforma, lo esalta o lo nasconde. Ma raramente i giovani designer affrontano questa relazione con la profondità teorica che Wenckstern porta al suo lavoro. Partire da una domanda rivolta a un’intelligenza artificiale — un sistema che elabora il linguaggio umano senza avere un corpo, senza esperienza sensoriale, senza mortalità — e trasformare quella domanda in pelle lavorata a mano, in forme scultoree che abitano il confine tra il biologico e il costruito, è un gesto creativo di rara coerenza.
Il riferimento agli avatar digitali, in particolare, è uno dei più acuti della collezione. Gli avatar sono corpi che possiamo progettare dall’esterno, scegliendo proporzioni, colori, texture. Sono corpi senza dolore e senza limite. Eppure li abitiamo — almeno in senso metaforico — ogni volta che entriamo in uno spazio digitale. Wenckstern sembra chiedersi: cosa succederebbe se portassimo quella logica di progettazione nel corpo fisico? Se il vestito non fosse più un rivestimento ma una riprogettazione?
Per chi vuole approfondire il tema del corpo nella moda contemporanea e seguire le tendenze emergenti dal mondo della formazione fashion, FashionUnited ha dedicato un articolo dettagliato alla vittoria di Wenckstern, con ulteriori dettagli sulla collezione e sul contesto del premio.
Cosa aspettarsi da Emilie Wenckstern
Guardare il lavoro di un designer a 27 anni, al termine del percorso universitario, è sempre un esercizio di proiezione: si vede la promessa, non ancora la carriera. Ma alcune premesse sono già straordinariamente chiare nel caso di Wenckstern. La capacità di costruire un concept solido e di tradurlo in scelte materiche coerenti — scegliendo deliberatamente di imparare un materiale nuovo per servire la visione, non per comodità — suggerisce una designer che non si accontenterà di percorrere le strade già battute.
Il fatto che abbia scelto di esplorare il territorio del corpo artificiale, degli avatar e dei manichini in un momento in cui l’industria della moda è ancora largamente ancorata a un’estetica della naturalità e dell’autenticità, la posiziona come una voce potenzialmente controcorrente — e quindi potenzialmente molto influente. Le voci controcorrente, quando sono fondate su un lavoro rigoroso, tendono a diventare le voci del futuro.
Il Polimoda Graduate Show 2026 ha consegnato alla scena internazionale della moda il nome di Emilie Wenckstern. Ora tocca all’industria — e al pubblico — capire cosa farne. Ma una cosa è già certa: “No Longer Human” non è una collezione che si dimentica facilmente. È il tipo di lavoro che rimane, come una domanda senza risposta definitiva, a lavorare sottotraccia nella memoria di chi l’ha visto. E forse è esattamente questo il punto.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
