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Grandexport: il marchio berlinese di upcycling che sta rivoluzionando la moda consapevole

Scopri Grandexport, il marchio berlinese di upcycling moda sostenibile fondato da Paulina Munzing e Gent Berbatovci che trasforma deadstock e pelle in capi desiderabili.
Redazione Velvet 27 Ottobre 2026
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Grandexport: il marchio berlinese di upcycling che devi conoscere
Immagine generata con AI

Nel panorama dell’upcycling moda sostenibile europea, Berlino continua a sorprendere: non soltanto come capitale della controcultura e del vintage, ma come incubatore di talenti capaci di trasformare materiali di scarto in capi che hanno il peso estetico di una collezione di alta gamma. Grandexport è uno di questi casi — un’etichetta che, grazie alla visione di Paulina Munzing e Gent Berbatovci, sta dimostrando che la moda responsabile non deve rinunciare né alla forma né al desiderio.

Due creativi, un progetto condiviso

Quello che rende Grandexport particolarmente interessante, ancor prima di parlare dei capi, è la natura del sodalizio che lo anima. Paulina Munzing e Gent Berbatovci sono partner creativi e di vita: una coincidenza di sguardi e di intenzioni che si riflette nella coerenza del progetto. Non è raro, nella moda indipendente, trovare duo fondatori che si dividono i ruoli in modo netto — uno alla direzione creativa, l’altro alla gestione. In questo caso, la sovrapposizione è totale, e si percepisce nei risultati: ogni capo ha una firma riconoscibile, un linguaggio comune che attraversa i materiali, le silhouette, le scelte costruttive.

Il brand è attivo a Berlino, città che negli ultimi anni ha visto emergere una generazione di designer indipendenti capaci di dialogare con le grandi capitali della moda senza perdere la propria identità periferica — nel senso più nobile del termine. Berlino non è Milano, non è Parigi: non ha le stesse infrastrutture industriali né lo stesso accesso ai grandi distributori. Ma ha qualcos’altro, ovvero una cultura del riciclo, del bricolage creativo e della sperimentazione materica che per un brand come Grandexport è terreno fertile.

Il metodo: upcycling, deadstock e costruzione artigianale

Il cuore del lavoro di Grandexport sta nel modo in cui i materiali vengono scelti e trasformati. Il brand lavora su tre assi principali: upcycling di materiali esistenti, utilizzo di deadstock — ovvero tessuti e pelli avanzati da produzioni precedenti — e lavorazione della pelle con un’attenzione costruttiva che va ben oltre il semplice assemblaggio.

Prendete le tute sportive in nylon dai colori primari brillanti: nelle mani di Munzing e Berbatovci, questi capi — il tipo di giacca o pantalone che si potrebbe trovare in un mercato dell’usato o in un magazzino dimenticato — diventano graphic dresses, abiti dalla geometria precisa e dall’impatto visivo immediato. La logica è quella del détournement: prendere qualcosa di familiare, smontarlo, ricomporlo secondo una grammatica nuova. Il risultato non è mai nostalgico né ironico in modo facile; è, piuttosto, una proposta formale autonoma.

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Poi ci sono le gonne scultoree in pelle deadstock, in un grigio argentato che ha qualcosa di minerale, quasi architettonico. Qui la pelle non viene usata per evocare lusso nel senso convenzionale, ma per costruire volumi che reggono da soli, che hanno una presenza nello spazio. È un approccio che ricorda certi lavori di designer come Issey Miyake nella capacità di pensare il capo come oggetto tridimensionale, non come superficie decorativa.

Infine, i canottieri atletici bianchi con spalline studiate appositamente e dotate di cablaggio interno: un dettaglio tecnico che dice molto sulla filosofia del brand. Non si tratta di un accessorio ornamentale, ma di una scelta costruttiva che cambia il modo in cui il capo si comporta sul corpo, come si porta, come si muove. È il tipo di soluzione che si trova più spesso nell’abbigliamento tecnico o nell’alta sartoria che nel prêt-à-porter indipendente.

Berlino come scenario: Charlottenburg e la primavera 2027

Nell’estate del 2026, Grandexport ha presentato un’anteprima della collezione primavera 2027 durante la Berlin Fashion Week. La scelta della location è stata, di per sé, una dichiarazione di intenti: un appartamento ottocentesco nel quartiere di Charlottenburg, uno dei più eleganti e storicamente densi della capitale tedesca. Non un warehouse industriale, non uno spazio bianco neutro, ma un interno con una storia, con una stratificazione, con la patina del tempo.

Questo tipo di scelta scenografica non è casuale per un brand che lavora con materiali che hanno già una vita alle spalle. C’è una coerenza narrativa nell’esporre capi costruiti su upcycling in un ambiente che è esso stesso un archivio vivente. Charlottenburg, con i suoi palazzi Liberty e i suoi interni borghesi, offre uno sfondo che amplifica la tensione tra passato e presente che è al centro del progetto creativo di Grandexport.

La presentazione è stata segnalata da Vogue, che ha dedicato al brand un profilo approfondito firmato da Mark Holgate: un riconoscimento significativo per un’etichetta indipendente, e un segnale di quanto il lavoro di Munzing e Berbatovci stia raggiungendo una visibilità internazionale che va oltre i circuiti di nicchia.

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Perché l’upcycling moda sostenibile ha bisogno di proposte come questa

Il tema dell’upcycling nella moda sostenibile è diventato, negli ultimi anni, uno dei più dibattuti — e anche uno dei più a rischio di banalizzazione. Troppo spesso, il termine viene usato come etichetta di marketing per prodotti che hanno ben poco di realmente trasformativo. Quello che distingue Grandexport da questo rumore di fondo è la qualità del risultato estetico: non basta dichiarare di usare materiali di recupero, bisogna dimostrare che quella scelta produce qualcosa di più interessante di ciò che esisteva prima.

E in questo, il brand berlinese convince. Le tute sportive riconvertite in abiti grafici non sembrano un compromesso né un esercizio di stile: sembrano la cosa giusta, come se quella fosse sempre stata la loro forma definitiva. Le gonne in pelle deadstock hanno una solidità e una presenza che le rendono desiderabili in modo autonomo, indipendentemente dalla loro storia materica. È questa la sfida più difficile nell’upcycling: fare in modo che il capo finale non debba essere giustificato dalla sua origine, ma si imponga per ciò che è.

In un momento in cui l’industria della moda è sotto pressione crescente — normative europee più stringenti sulla sostenibilità, consumatori più attenti, mercato del second-hand in espansione — la proposta di Grandexport offre un modello interessante. Non è un brand che fa della sostenibilità il suo unico argomento di vendita; è un brand che fa della qualità costruttiva e della ricerca formale il proprio punto di forza, e che usa materiali responsabili perché è coerente con quella visione, non per seguire una tendenza.

Come inserire Grandexport nel proprio guardaroba

Per chi si avvicina al brand con l’occhio di chi vuole davvero indossare questi capi, alcune considerazioni pratiche. Le gonne scultoree in pelle deadstock si prestano a essere abbinate con capi essenziali: una maglietta bianca oversize, un dolcevita fine in lana merino, un blazer strutturato in tinta neutra. La logica è quella di non competere con il volume e la presenza della gonna, ma di lasciarle occupare lo spazio che merita.

Gli abiti ricavati dalle tute sportive, con la loro grafica primaria e decisa, funzionano meglio quando il resto dell’outfit è azzerato: scarpe pulite, borse semplici, gioielli minimali. Il capo parla da solo e non ha bisogno di competizione. I canottieri con le spalline cablate, invece, sono pezzi versatili: si portano da soli nelle stagioni calde, si stratificano sotto giacche o camicie aperte nelle mezze stagioni, e la loro costruzione particolare li rende visibili anche sotto strati leggeri.

Quello che accomuna tutti i pezzi di Grandexport è una certa esigenza di spazio — non nel senso fisico, ma nel senso che sono capi che chiedono attenzione, che non si perdono in un guardaroba affollato. Sono, in fondo, la risposta più elegante alla logica del less is more: pochi pezzi, scelti bene, capaci di fare la differenza. E se quei pezzi sono costruiti su materiali recuperati con questa cura, il piacere di indossarli ha anche una dimensione in più — quella di sapere che la qualità e la responsabilità, almeno qui, non si escludono affatto.

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Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Tags: deadstock tessuti designer berlinesi moda responsabile upcycling moda sostenibile

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