
Quando un film riesce a trasformare i costumi in un linguaggio visivo autonomo, capace di raccontare potere, fede e declino senza pronunciare una sola parola, significa che dietro c’è una mente creativa fuori dal comune. È esattamente quello che ha fatto Jacqueline West con i costumi di Dune: Part Three, il terzo e atteso capitolo della saga fantascientifica diretta da Denis Villeneuve, uscito nel 2026 dopo quasi otto anni di lavoro ininterrotto sulla trilogia. In una conversazione pubblicata su Vogue, West ha svelato le fonti di ispirazione che hanno guidato il suo processo creativo: un mosaico sorprendente che va dagli abiti religiosi medievali all’estetica di Cristóbal Balenciaga, passando per la figura enigmatica di Howard Hughes.
Quasi un decennio nel deserto: il percorso di Jacqueline West
Lavorare su una trilogia significa costruire un universo visivo coerente capitolo dopo capitolo, lasciando che ogni personaggio evolva anche attraverso ciò che indossa. West ha dedicato quasi otto anni della sua carriera alla saga di Dune, un impegno che pochi costume designer si trovano ad affrontare nella loro vita professionale. Questo lungo arco temporale le ha permesso di sviluppare un vocabolario estetico profondamente stratificato, in cui ogni tessuto, ogni silhouette e ogni dettaglio costruttivo porta con sé il peso narrativo dell’intero universo immaginato da Frank Herbert.
Il suo approccio non è mai stato quello di creare semplicemente abiti “futuristici” o genericamente alieni. Al contrario, West ha sempre cercato radici concrete nella storia del costume umano, convinta che la fantascienza più potente sia quella capace di rispecchiare il passato per parlare del presente. In Dune: Part Three, questa filosofia raggiunge la sua espressione più matura e complessa, con un sistema di riferimenti che attraversa secoli e culture in modo del tutto organico.
La corte papale e Giotto: quando il Medioevo diventa fantascienza
Tra le fonti di ispirazione più inaspettate che West ha citato ci sono le corti papali dell’Europa medievale e i dipinti di Giotto. Sembra un accostamento ardito, eppure funziona con una logica precisa: l’universo di Dune è strutturalmente simile a quello feudale medievale, con le sue case nobili, le sue gerarchie religiose e il suo linguaggio del potere fatto di rituali e simboli.
Nei costumi di Giotto, West ha trovato quella qualità quasi scultorea del panneggio, quel modo in cui i tessuti pesanti cadono sul corpo creando volumi solenni e immobili, quasi ieratici. Le figure dipinte dal maestro trecentesco hanno una presenza monumentale che trascende il tempo, e West ha trasferito questa qualità nei costumi del terzo capitolo, soprattutto per i personaggi legati alle sfere del potere religioso e politico. La veste come architettura, come struttura che definisce il rango prima ancora che il volto: è un principio medievale che nell’universo di Arrakis acquista una risonanza straordinaria.
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I riferimenti agli abiti religiosi medievali portano con sé anche una certa austerità cromatica — i bianchi sporchi, i grigi cenere, i neri profondi — che si sposa perfettamente con la palette desertica che caratterizza l’intera saga. Non si tratta di una citazione decorativa, ma di una scelta strutturale che connette la cosmologia di Dune a quella delle grandi istituzioni spirituali della storia umana.
Howard Hughes e il potere corroso dalla solitudine
Uno degli accostamenti più originali che West ha rivelato riguarda l’ispirazione per i costumi di Timothée Chalamet nei panni dell’Imperatore Paul Atreides. La designer ha guardato alla figura di Howard Hughes durante gli anni del suo ritiro volontario in un attico di un hotel di Las Vegas: un uomo di potere smisurato consumato dall’isolamento, dalla paranoia, da una grandezza diventata gabbia.
È un’intuizione folgorante, perché cattura qualcosa di essenziale nell’arco di Paul: un personaggio che nel terzo capitolo porta il peso di scelte irreversibili, di un destino che lo ha trasformato in qualcosa di più — e di meno — di un essere umano. Hughes, nella sua solitudine dorata, incarnava quella contraddizione tra potere assoluto e fragilità interiore che West ha voluto tradurre in abiti. Si immagina dunque un guardaroba che porta i segni di un’eleganza un tempo rigorosa, ora consumata dall’interno: tagli impeccabili che iniziano a cedere, tessuti preziosi che portano il peso del tempo.
Questo tipo di narrazione attraverso il deterioramento controllato dell’abito è uno degli strumenti più sofisticati del costume design cinematografico, e West lo padroneggia con rara maestria.
Balenciaga nel deserto: lusso come lingua universale del potere
Il nome di Cristóbal Balenciaga evocato da West non è una semplice citazione di stile. Il couturier basco è stato forse il più grande architetto del vestire del Novecento, un designer che concepiva gli abiti come strutture tridimensionali capaci di esistere indipendentemente dal corpo che li abitava. Le sue silhouette — i mantelli a palloncino, i tailleurs senza cuciture, gli abiti che creavano uno spazio tra tessuto e pelle — avevano una qualità quasi extraterrestre, una perfezione formale che sfidava le leggi della gravità e della sartoria convenzionale.
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In un universo come quello di Dune, dove le grandi casate esercitano il potere anche attraverso il lusso ostentato e la perfezione formale dell’abito, Balenciaga diventa un riferimento naturale e potente. West ha probabilmente attinto alla sua lezione per costruire quei costumi che comunicano autorità senza bisogno di ornamenti eccessivi: la forma come dichiarazione di potere, la precisione sartoriale come linguaggio diplomatico.
Anya Taylor-Joy e il perturbante di Carrie
Tra i riferimenti più sorprendenti emersi dall’intervista c’è quello al film horror Carrie del 1976, con Sissy Spacek, come ispirazione per i costumi di Anya Taylor-Joy. È un accostamento che rivela molto sulla direzione narrativa del personaggio: Carrie è una storia di potere latente che esplode, di femminilità repressa che si trasforma in forza devastante, di innocenza e terrore che convivono nella stessa figura.
Il riferimento suggerisce che il personaggio di Taylor-Joy in Dune: Part Three abbia una qualità perturbante, una presenza che oscilla tra la vulnerabilità e qualcosa di molto più pericoloso. West ha tradotto questa tensione in costumi che probabilmente giocano con il contrasto tra delicatezza apparente e potenza sottostante — un equilibrio che richiede una sensibilità stilistica non comune.
Come il cinema di fantascienza ridisegna il futuro della moda
Il lavoro di West su Dune: Part Three è un esempio luminoso di come il costume cinematografico possa influenzare la moda reale. Non è raro che le tendenze delle stagioni successive portino l’impronta di un film di grande impatto visivo: i panneggi solenni, le silhouette costruite, i riferimenti alle vesti religiose e ai grandi maestri della couture sono tutti elementi che i designer contemporanei hanno già iniziato a esplorare con rinnovato interesse.
L’estetica desertica di Dune — con la sua palette di sabbia, ocra, bianco e nero assoluto — ha già lasciato un segno riconoscibile nelle collezioni degli ultimi anni, e il terzo capitolo non farà che amplificare questo dialogo tra schermo e passerella. Guardare i costumi di West significa leggere in anticipo alcune delle direzioni che la moda di lusso percorrerà nei mesi a venire.
Alla fine, ciò che rende il lavoro di Jacqueline West davvero eccezionale è la capacità di costruire un sistema di riferimenti apparentemente eterogenei — il Medioevo, un miliardario recluso, un film horror degli anni Settanta, il più grande couturier del Novecento — e di fonderli in un’estetica perfettamente coerente, capace di servire la storia senza mai sovrastarla. I costumi di Dune: Part Three non sono semplici abiti di scena: sono un atlante visivo del potere, della fede e della fragilità umana, scritto in tessuto e forma.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
