
C’è qualcosa di irresistibile, quasi magnetico, nell’idea di lasciarsi sedurre da un’opera d’arte che gioca esattamente con questo: la seduzione stessa, il desiderio, la forza oscura e arcaica che ci trascina verso l’ignoto. La mostra Song of the Sirens a Milano, ospitata dalla Galleria Giò Marconi in Via Tadino 15, è uno di quegli eventi che meritano di essere vissuti con calma, senza fretta, lasciandosi avvolgere dall’atmosfera che Nathalie Djurberg e Hans Berg hanno costruito con precisione chirurgica e sensibilità rara. Aperta dal 1° ottobre al 19 dicembre 2026, questa esposizione è già uno degli appuntamenti più discussi della stagione artistica milanese, e non è difficile capire perché.
Una galleria, un mito, un’atmosfera unica
Entrare negli spazi della Galleria Giò Marconi per questa mostra significa attraversare una soglia, in senso quasi letterale. L’allestimento è immerso in una penombra studiata, una semi-oscurità che non è semplice scelta scenografica ma parte integrante del linguaggio espressivo del duo artistico. La luce viene dosata con cura millimetrica: abbastanza da orientarsi, quanto basta per sentirsi leggermente disorientati, come se il confine tra realtà e immaginazione si fosse assottigliato fino a scomparire.
Il titolo della mostra, Song of the Sirens, evoca immediatamente il mito classico: le sirene dell’Odissea, creature che con il loro canto attiravano i naviganti verso gli scogli, verso una fine inevitabile eppure desiderata. In questa esposizione, la sirena non è un personaggio narrativo ma diventa una metafora del desiderio nella sua forma più pura e più pericolosa — quella forza che ci muove, ci trasforma, ci consuma. Djurberg e Berg non illustrano il mito: lo abitano, lo reinventano, lo trasformano in qualcosa di profondamente contemporaneo senza tradire la sua radice archetipica.
Il linguaggio visivo di Djurberg e Berg: le stop-motion animations
Al centro della mostra Song of the Sirens a Milano troviamo le animazioni in stop-motion, il medium che ha reso celebre Nathalie Djurberg a livello internazionale e che, in questo contesto, raggiunge una nuova intensità espressiva. La tecnica della stop-motion — quella pratica artigianale e insieme sofisticatissima di animare fotogramma per fotogramma figure di argilla o altri materiali plastici — è qui portata a un livello di raffinatezza che trasforma ogni sequenza in un tableau vivant perturbante.
Le animazioni di Djurberg hanno sempre avuto una qualità peculiare: la superficie apparentemente morbida, quasi infantile, delle figure in argilla nasconde contenuti densi, a tratti inquietanti, che parlano di pulsioni, trasformazioni, dinamiche di potere. In Song of the Sirens, questo contrasto si fa ancora più netto. Le immagini scorrono nella semi-oscurità della galleria con una lentezza ipnotica, e la colonna sonora creata da Hans Berg — compositore e musicista che da anni collabora con Djurberg in un dialogo artistico profondo e continuativo — avvolge lo spettatore in un paesaggio sonoro che amplifica ogni emozione visiva.
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È proprio questa sinergia tra immagine e suono a distinguere il lavoro del duo da qualsiasi altra proposta nel panorama dell’arte contemporanea. Berg non compone musiche che “accompagnano” le animazioni: costruisce architetture sonore che esistono in simbiosi con esse, che le prolungano nello spazio fisico della galleria, che rimangono nell’orecchio dello spettatore molto dopo che gli occhi si sono distolti dallo schermo. Il risultato è un’esperienza totalizzante, sensoriale, che coinvolge il corpo oltre che la mente.
Il desiderio come soggetto estetico e concettuale
Cosa significa fare del desiderio il soggetto di un’opera d’arte? La risposta che Djurberg e Berg offrono in questa mostra a Milano è tutt’altro che scontata. Non si tratta di illustrare il desiderio erotico, né di raccontare storie d’amore o di perdita nel senso convenzionale. Il desiderio che abita Song of the Sirens è qualcosa di più sfuggente e al tempo stesso più universale: è la tensione verso ciò che non si può avere o trattenere, il movimento perpetuo dell’animo umano verso un orizzonte che si sposta sempre più in là.
La sirena come metafora funziona precisamente perché è una figura di confine: non è umana, non è animale, non è del tutto reale. Appartiene a un immaginario che attraversa culture e secoli, ma che conserva intatta la sua capacità di turbare. In questo senso, il lavoro di Djurberg e Berg si inserisce in una tradizione artistica che va dai preraffaelliti fino al surrealismo, passando per la psicanalisi e la letteratura del Novecento — ma lo fa con un linguaggio visivo del tutto originale, riconoscibile, impossibile da confondere con qualsiasi altro.
La penombra in cui è immersa la mostra contribuisce a questa sensazione di trovarsi in uno spazio liminale, tra veglia e sogno. Non è un caso: l’oscurità parziale è una scelta che rimanda alla condizione del desiderio stesso, che prospera nell’ombra, che si alimenta di ciò che non è completamente visibile o accessibile. Visitare la mostra di notte, o nelle ore serali, quando la luce esterna non contrasta con quella interna, è un’esperienza ancora più intensa.
Perché questa mostra è un appuntamento imperdibile per chi ama l’arte contemporanea
Nel panorama delle gallerie milanesi, la Galleria Giò Marconi occupa da decenni un posto di rilievo per la qualità delle proposte e per la capacità di portare a Milano artisti internazionali di primo piano. La scelta di dedicare questa stagione autunnale e invernale a Djurberg e Berg è coerente con questa vocazione: si tratta di due artisti che hanno esposto in musei e istituzioni di tutto il mondo, dalla Tate Modern di Londra al New Museum di New York, e che continuano a produrre un lavoro in costante evoluzione.
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La mostra Song of the Sirens a Milano offre al pubblico italiano un’occasione rara di confrontarsi con questo lavoro in un contesto raccolto, intimo, che favorisce una fruizione attenta e personale. A differenza di quanto accade in molte grandi istituzioni museali, dove le opere si moltiplicano e il percorso espositivo può diventare dispersivo, la galleria di Via Tadino 15 permette di concentrarsi su ogni elemento con la dovuta attenzione, lasciando che l’esperienza si sedimenti lentamente.
Per chi segue l’arte contemporanea con interesse genuino — ma anche per chi si avvicina per la prima volta a questo tipo di linguaggio espressivo — la mostra è accessibile senza essere banale. Le animazioni in stop-motion hanno una qualità narrativa immediata che cattura anche lo spettatore meno avvezzo al circuito delle gallerie, mentre i livelli di lettura più profondi si svelano a chi sceglie di fermarsi, di tornare, di lasciare che le immagini lavorino nel tempo.
Come organizzare la visita: tutto quello che c’è da sapere
La mostra Song of the Sirens di Nathalie Djurberg e Hans Berg è visitabile presso la Galleria Giò Marconi, in Via Tadino 15, Milano, fino al 19 dicembre 2026. Per orari aggiornati e informazioni sulla prenotazione, il riferimento ufficiale è il sito della galleria, dove è possibile trovare anche materiali di approfondimento sull’esposizione e sul lavoro del duo artistico.
Milano in questo periodo offre una concentrazione di eventi culturali di altissimo livello, e inserire questa visita in un itinerario più ampio — magari abbinandola a una passeggiata nel quartiere di Porta Venezia, ricco di architetture liberty e di locali di design — è un modo intelligente di vivere la città nella sua dimensione più autentica e contemporanea. La zona di Via Tadino, con le sue gallerie, i suoi studi creativi e la sua atmosfera cosmopolita, è già di per sé una destinazione per chi ama l’arte e il bello.
Portare con sé la curiosità giusta, senza aspettarsi risposte facili, è forse il consiglio migliore per affrontare Song of the Sirens: come il canto delle sirene del mito, questa mostra non promette soluzioni, ma offre qualcosa di più prezioso — la possibilità di perdersi, per un momento, in qualcosa di più grande di noi.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
